IL CONTRATTO
di
Giancarlo Loffarelli

NOTE DELL'AUTORE

Quando, nel mese di agosto del 2010, Maurizio mi chiese di scrivergli una commedia in dialetto di Sezze, pensai subito a due cose, prima di accettare.

Innanzitutto che Martufello ha incarnato, da trent’anni circa a questa parte, una delle ultime maschere che rimandano alla tradizione della commedia dell’arte e, più su, fino alla commedia latina e a quella attica antica. Una maschera non è cosa che s’inventa tutti i giorni, quando riesce a diventare fenomeno popolare riconoscibile; eppure Martufello è riuscito, certamente con l’aiuto degli autori e registi riuniti attorno al “Bagaglino” di Roma, a creare una maschera dialettale in cui non è difficile ritrovare topoi risalenti alla tradizione degli Zanni.

La seconda cosa che pensai fu di creargli addosso una commedia che, però, non fosse prigioniera della maschera che a Martufello ha dato tanta popolarità. Avrei sì utilizzato il dialetto, avrei mantenuto l’ambientazione popolare, avrei persino tenuto il linguaggio basso, ma per cercare il registro di una tradizione comica ben identificabile. Volendo avere dei modelli grandi ai quali ispirarmi (soltanto ispirarmi, sia chiaro), avrei scelto Aristofane, anziché Menandro; Plauto e non Terenzio.

In questo mi venne subito in aiuto proprio Maurizio il quale, lasciandomi totale libertà creativa, mi disse soltanto che avrebbe avuto piacere che i temi trattati fossero quelli del confronto fra i valori di un tempo e le nuove tendenze, magari inseriti all’interno di uno scontro generazionale.

Benché il registro della commedia resti sempre quello comico, il personaggio scritto per Maurizio, Pèppo, attorno al quale, via via sono comparsi tutti gli altri personaggi, mi è venuto incontro, fin da subito, nella sua totale solitudine di ultimo custode di un mondo al tramonto.

Nel salotto di Pèppo campeggia una libreria piena di libri che egli non ha mai letto. Una vita che s’intuisce dura di fatica ha impedito a Pèppo di farsi una cultura, ma una sapienza ancestrale lo ha portato alla convinzione che i libri, comunque, sono importanti, soprattutto in un mondo dominato dalla televisione che, nella sua stessa famiglia, ha minato nel fisico suo fratello e nello spirito sua moglie e sua figlia. Pèppo è solo non soltanto nei confronti di moglie e figlia che tentano di raggirarlo per estorcergli una firma, ma è solo anche di fronte al suo amico Antonio al quale, benché professore di Latino e Greco, proprio lui, contadino ignorante, deve ricordare che molto più di guadagnare soldi (perenne lamentela dello scontento professore) è importante conoscere la lingua che parlava Omero.

Ed ecco perché, come insegna Péter Szondi nella sua lucidissima analisi del personaggio di “Firs” ne Il giardino dei ciliegi di Cechov, parlando al fratello sordo, il dialogo di Pèppo non può che essere soltanto un monologo, segno evidente della sua solitudine.